Vale la pena, oggi, ripercorrere le
tappe significative di questa storia e tentare un bilancio di dove siamo
arrivati e delle sfide che stanno ancora davanti a noi. Al tempo della
loro pubblicazione, gli articoli in questione passarono quasi
inosservati per la maggioranza dei fisici teorici. Ma rimisero in moto
una ricerca che sembrava ormai arenata, quella di inquadrare in un unico
schema teorico due delle forze fondamentali della Natura. Si trattava
delle forze elettromagnetiche, che regolano il funzionamento degli
atomi, della chimica e della luce, e delle forze deboli, identificate da
Enrico Fermi trenta anni prima, quali responsabili della radioattività
beta dei nuclei atomici e di alcune particelle subnucleari. Le forze
elettromagnetiche e le forze deboli hanno, in effetti, molti punti di
contatto, messi in luce, nel tempo, dai risultati di fisici teorici di
grande spicco, a partire dallo stesso Fermi per continuare con Bruno
Pontecorvo, con i fisici statunitensi Richard Feynman e Murray Gell-Mann
e con l'italiano Nicola Cabibbo. Queste due forze, per così dire,
parlano lo stesso linguaggio essendo trasmesse da particelle della
stessa natura (in gergo, particelle di spin uno) e tuttavia sono divise
da una barriera che sembrava allora impenetrabile. Il fotone, la
particella ipotizzata da Albert Einstein quale costituente della luce e
mediatore delle forze elettromagnetiche, è privo di massa, mentre
l'allora ipotetico mediatore delle forze di Fermi, il bosone intermedio
W, deve avere una massa non nulla, anzi molto maggiore della massa del
protone. Una teoria concreta di unificazione era stata avanzata, nel
1961, da Sheldon Glashow. La difficoltà dovuta alla diversità delle
masse era pragmaticamente ignorata. Ma il lavoro di Glashow segnava,
comunque, un progresso importante. In esso, si identificava la simmetria
alla base dell'unificazione e si delineavano con precisione due nuovi
fenomeni che avrebbero dovuto segnalare l'unificazione delle forze:
l'esistenza di un altro mediatore pesante elettricamente neutro,
denominato Z0, e le conseguenti nuove interazioni dei neutrini con la
materia, mai ancora osservate. Invece dei neutrini, Brout, Englert e
Higgs seguivano un filo conduttore che proveniva dalla fisica della
superconduttività, la conduzione di correnti senza resistenza che si
presenta in certi metalli a bassissima temperatura. All'interno di
questi metalli, come aveva mostrato Phil Anderson nel 1962, la simmetria
dell'elettromagnetismo perde di validità e allo stesso tempo le linee
di forza del campo elettrico vengono espulse dal metallo, "come se" il
fotone acquistasse una massa non più evanescente. Non poteva darsi che
la violazione della simmetria associata a W e Z, ma non al fotone,
perdesse per qualche motivo la sua validità e che queste particelle, ma
non il fotone, acquistassero una massa di conseguenza? I lavori di
Brout, Englert e Higgs, modellati su un esempio semplificato ma
significativo, mostravano che questo poteva avvenire, purché la
simmetria fosse violata da un campo con un valore costante in tutto lo
spazio. C'era, inoltre, un codicillo. Le increspature del campo generate
nelle collisioni di alta energia si sarebbero dissipate sotto forma di
particelle di un nuovo tipo, particelle prive di un momento angolare
intrinseco (con spin zero, in gergo) e con una massa non determinata
dalla teoria. Non era chiaro, all'inizio, che il funzionamento del
meccanismo non fosse invalidato da qualche sottigliezza nascosta nelle
pieghe della teoria quantistica dei campi. Le conclusioni degli autori
hanno retto nel tempo agli assalti teorici più sofisticati. Tre anni
dopo, nel 1967, Steven Weinberg, negli Stati Uniti, e Abdus Salam in
Europa, mettevano in formule uno schema di unificazione delle forze
deboli ed elettromagnetiche basato sulla simmetria introdotta da Glashow
nel 1961, con le masse di W e Z generate con il meccanismo di Brout,
Englert e Higgs e con il fotone a massa nulla, in quanto associato
all'unica simmetria non disturbata dal campo nel vuoto. Il modello
prevedeva gli stessi fenomeni indicati da Glashow, per quanto riguardava
neutrini e Z, ma, in aggiunta, includeva l'esistenza di una particella
elettricamente neutra e di spin zero, che Weinberg battezzò, andando per
le spiccie, col nome di "bosone di Higgs" (mi permetterò di usare
anch'io questa semplificazione nel seguito). C'erano ancora dei
problemi.
La teoria, infatti, si poteva applicare solo alle particelle
senza interazioni forti, cioè all'elettrone e al neutrino. Con i tre
quark introdotti da Gell-Mann per descrivere le particelle nucleari, i
nuovi processi mediati dallo Z sarebbero stati infatti in diretta
contraddizione con i dati sperimentali. Nel 1970, con Glashow e John
Iliopoulos, mostravamo che, per superare questa difficoltà, era
necessario ipotizzare un quarto quark, il quark charm. Fu proprio in
quella occasione che venni a conoscenza del lavoro di Higgs e di quelli
successivi di Weinberg e Salam: noi ci eravamo basati sul lavoro di
Glashow del '61, che soffriva dello stesso problema. Questo ritardo può
sembrare strano, ma a quel tempo l'unificazione delle forze non era
considerato un argomento caldo e i gruppi che ci lavoravano erano sparsi
e con scarse comunicazioni. Negli anni successivi, una serie di
sviluppi eclatanti, teorici e sperimentali, indicarono che si era presa
la strada giusta. La dimostrazione che la teoria di Weinberg e Salam è
consistente dal punto di vista matematico (G. 't-Hooft e M. Veltman,
1972), l'osservazione al Cern dei nuovi processi di neutrini mediati da Z
(1973), l'osservazione del quark charm (1974) e di un'altra generazione
di quark e leptoni, fino all'osservazione dei bosoni intermedi W e Z
con il collisore protone-antiprotone, realizzato al Cern da Carlo Rubbia
e Simon Van der Meer (1982). Con W e Z, il Cern metteva a segno una
scoperta formidabile e prendeva la leadership mondiale nella fisica
delle particelle. In quella occasione, il «New York Times» titolava:
«Europa tre, Stati Uniti neanche Z-zero». Da allora in poi, la caccia
accanita al bosone di Higgs, conclusa, come si è detto, solo l'anno
scorso. Nell'anno appena trascorso, con la macchina LHC ferma per il suo
potenziamento, le collaborazione sperimentali hanno raffinato l'analisi
dei dati raccolti. La somiglianza della particella scoperta con quanto
previsto per il bosone di Higgs si è accentuata.
Tratto da Il Sole 24 Ore
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